Tecniche antiche di lavorazione
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Nell'antichità
i procedimenti standard impiegati nella produzione del vetro erano
quattro, ciascuno con molte varianti più o meno complesse: lavorazione
a nucleo friabile o a verga, colatura in stampi aperti o chiusi,
soffiatura libera e soffiatura in stampi e forme di vario tipo. Si è
risaliti a tali tecniche sottoponendo ad analisi fisica e scientifica i
reperti antichi, avvalendosi dell'analogia con i procedimenti attuali e
dei tentativi di riprodurre oggetti in vetro impiegando metodi antichi.
Questi studi tuttavia non hanno eliminato le lacune sugli effettivi
metodi di lavorazione delle antiche vetrerie e sulle tecniche specifiche
da esse utilizzate. Numerosi centri presso varie civiltà produssero
vasellame di vetro nel corso di molti secoli, è perciò improbabile che
esistessero procedimenti uniformi o un'evoluzione comune, come
dimostrato da alcuni studi. Ricerche recentissime hanno infatti scoperto
l'esistenza di una ricca varietà di tecniche, di strumenti e di
procedure in epoche e luoghi diversi. Lavorazione a
nucleo friabile o a verga
Questa
tecnica, che apparve nell'Età del bronzo, e si diffuse dalla
Mesopotamia all'Egitto, comportava la modellazione di un'anima con la
forma dell'oggetto desiderato, solitamente un piccolo contenitore per
unguenti, attorno ad una verga metallica. L'anima, che consisteva in una
combinazione d'argilla, sabbia (ma non sempre solo sabbia) e un collante
organico (escrementi), era poi ricoperta con vetro caldo, sia per
immersione in un crogiolo, sia mediante ripetuti avvolgimenti di un filo
vitreo. L'esterno del contenitore veniva poi fatto ruotare su una
piastra di marmorizzazione che lo rendeva liscio. Si procedeva poi alla
decorazione, applicando gocce e fili vitrei, (spesso trasformati in
piume o festoni con l'uso di un pettine), che venivano poi pressati
sulla superficie del vetro con la marmorizzazione. Dopo che il
contenitore era stato ricotto, si estraeva la verga metallica e si
raschiava l'anima, procedimento che lasciava la superficie interna
scabra, butterata e di colore rossiccio. I manici, le anse e le basi,
venivano applicati separatamente o creati dal corpo quando il vetro era
ancora malleabile. Un esempio della diffusione di tale tecnica nel
Mediterraneo orientale, sono i recipienti blu scuro di forme greche,
decorati di giallo brillante, e ornamenti filiformi d'altro colore con
motivi zigzaganti. Una serie di pendenti a forma di testina,
tradizionalmente attribuiti ai fenici, sono un esempio di lavorazione
diretta su verga metallica, tecnica che si differenzia dalla precedente
solo per la mancanza dell'anima in argilla. Probabilmente il supporto
metallico era coperto però da uno strato sottile di materiale isolante. Colatura a stampo
Usata dall'Età del
Bronzo all'epoca tardo-romana, questa tecnica prevedeva vari e
molteplici metodi, impiegati per la produzione di vasellame,
contenitori, perline, gioielli, intarsi, placchette e lastre di vetro.
Tali metodi si ispiravano agli antichi sistemi di lavorazione dei
metalli, delle ceramiche e delle terrecotte (la faience egizia era una
sostanza simile al vetro, costituita principalmente da polvere di
quarzo). La più semplice forma di colatura, richiede l'uso di uno
stampo aperto per creare, ad esempio, perline come quelle usate dai
guerrieri micenei. Procedimenti più complessi richiedevano l'uso di due
o più stampi collegati fra loro, usando la tecnica a cera persa o (più
comunemente), riempiendo lo spazio fra lo stampo esterno e quello
interno con del vetro fuso. I recipienti monocromi venivano costruiti
facendo colare il vetro allo stato fluido nello spazio cavo tra gli
stampi, oppure colmando tale spazio con vetro in polvere o con segmenti
di canna, prima di inserire gli stampi nella fornace. Quest'ultima
tecnica venne utilizzata per alcuni recipienti di vetro-mosaico, che si
ottiene da piccoli e sottili dischi sezionati da lunghe canne, di varia
forma e colore. Si disponevano i dischi l'uno accanto all'altro
all'interno dello stampo con la forma dell'oggetto desiderato (piatto,
vassoio o ciotola). Successivamente un secondo stampo veniva sovrapposto
al primo, in modo da trattenere i dischi durante la loro fusione nella
fornace. Il
vetro veniva temperato, si toglievano gli stampi e gli oggetti prodotti
erano rifiniti con levigatura al tornio e con materiali abrasivi. Gli
orli, i manici e le basi potevano essere fusi come parte del recipiente
oppure essere aggiunti in seguito. Utilizzando un metodo alternativo,
preferito dall'industria vetraria romana del periodo augusteo, si poteva
modellare il vetro sopra o dentro uno stampo. Una certa quantità di
vetro grezzo, dalla forma circolare e più o meno delle stesse
dimensioni del recipiente desiderato, (ottenuto con la colatura dal
crogiolo o se si tratta di oggetti in vetro mosaico, con la fusione di
sezioni o pezzi di canne), dopo essere stato raffreddato veniva posto
sopra o all'interno di uno stampo e riscaldato in fornace affinché,
sotto l'azione del proprio peso, assumesse la forma desiderata. Una
volta temperato, il contenitore poteva essere tolto dallo stampo e
levigato al tornio. Poiché soltanto un lato era stato a contatto con lo
stampo, il tempo occorrente per la levigatura era dimezzato. Soffiatura libera
La canna da soffio e
la relativa tecnologia, probabilmente furono inventate nella seconda metà
del primo secolo a.C., in qualche centro della regione siro-palestinese,
che ha antiche tradizioni per quel che riguarda l'arte vetraria. Tale
tecnica, utilizzata ancora oggi, conobbe una notevole diffusione sotto
gli imperatori della dinastia giulio-claudia. Nel tempo, la soffiatura
sostituì i procedimenti di lavorazione a nucleo friabile e a colatura,
che vennero abbandonati, e portò alla chiusura importanti fabbriche di
ceramiche. Questa innovazione consentiva ai vetrai di produrre grandi
quantità di oggetti di uso quotidiano, alla portata di tutte le classi
sociali dell'impero romano. L'artigiano raccoglieva una quantità di
vetro fuso all'estremità di un tubo di metallo cavo, chiamato canna da
soffio, e soffiando creava una bolla o bolo. Il bolo, nuovamente
soffiato, veniva modellato e lasciato raffreddare, spesso in uno stampo
aperto a forma di coppa, e poi soffiato sul banco del soffiatore. Sottoposto
ancora a soffiatura, il vetro era manipolato con spatole di legno e
pinze, o tagliato con appositi strumenti, per raggiungere la forma
desiderata. Nel corso dell'operazione il recipiente veniva ruotato per
impedire che si discostasse dalla forma voluta, e quando necessario,
riscaldato nuovamente nella fornace. Per rifinire e decorare il
recipiente, lo si staccava ancora caldo dalla canna da soffio e si
fissava la sua parte inferiore a una barra di metallo chiamata pontello.
Dopo aver formato l'orlo, si procedeva all'aggiunta di decorazioni,
manici, anelli di base e altri particolari. Infine il recipiente veniva
sottoposto a ricottura. Soffiatura
La tecnica della
soffiatura fu perfezionata quando l'artigiano vetraio si rese conto che
il bolo poteva essere interamente o parzialmente soffiato dentro uno
stampo incernierato, che consentiva di dare al contenitore sia la forma
che la decorazione. Colorazione La
colorazione del vetro antico dipendeva solo in parte dalla composizione
chimica della miscela. Un influenza in tal senso era determinata anche
dalle procedure di fabbricazione, in particolare dallo stato di
ossidazione o di riduzione della fornace e del vetro ancora caldo. La
maggior parte dei vetri può essere classificata in tre principali
categorie: vetro a colorazione naturale, incolore (decolorato) o
colorato intenzionalmente. La colorazione naturale verde bluastra, verde
chiara e giallo verdastra degli antichi manufatti era dovuta agli ossidi
di ferro e ad altre impurità presenti nella miscela. Tipico esempio di
tale tipo di colorazione, sono le urne cinerarie romane. Le sfumature
dal bruno dorato all'olivastro scuro o giallo verdastro, delle coppe
ellenistiche, erano invece il risultato delle condizioni di ossidazione
o di riduzione del vetro precedenti o contemporanee alla lavorazione.
L'aggiunta di manganese o di antimonio, che neutralizzavano l'effetto
dovuto alle impurità del ferro, portò alla fabbricazione di vetro
trasparente, molto apprezzato dalle civiltà antiche. La colorazione
intenzionale del vetro fu scoperta per errore o per tentativi, grazie
all'aggiunta di ossidi metallici (utilizzati ancora oggi dall'industria
vetraria). Con il rame si otteneva vetro azzurro, verde o rosso opaco,
(a seconda delle condizioni della fornace), con il manganese (in
condizioni favorevoli) vetro purpureo, mentre il cobalto dava vetro
turchino scuro. L'industria
romana del IV secolo a.C., raggiunse un uso sofisticato di tali
additivi, con la produzione del vetro dicroico (bicolore). Con
l'aggiunta di polveri d'oro e d'argento, il vetro assumeva una
colorazione diversa a seconda che la luce venisse trasmessa attraverso
la sua superficie o riflessa dalla stessa. La famosa "coppa di
Licurgo" fu realizzata con tale tecnica. I colori traslucidi
maggiormente utilizzati erano il blu savoia, il color porpora, il giallo
e diverse tonalità di verde. Tra
i colori opachi si usavano il bianco, il giallo, il turchese, il blu
pavone, l'azzurro chiaro, varie tonalità di verde, l'arancione, e il
"color carne". La maggior richiesta di colori riguardava
quelli che simulavano le tonalità delle pietre naturali o la
colorazione della porcellana e degli smalti. Il vetro, spesso usato come
sostituto di altre sostanze, in molte lingue antiche era definito
"pietra fatta dall'uomo". Le superfici iridescenti color oro o argento, tipiche del vetro antico, non corrispondono a un tipo di colorazione eseguita intenzionalmente dagli artigiani dell'antichità, ma sono piuttosto il risultato dell'azione degli agenti atmosferici e della devetrificazione. L'effetto arcobaleno si verifica infatti quando i sottili strati di alcali contenuti nel vetro interrato per molti anni, si disgregano, nel corso del tempo, a causa dell'umidità e degli agenti chimici. Quando questo processo giunge al termine la superficie dell'oggetto risulta gravemente butterata, e l'oggetto sottoposto a corrosione si sfalda del tutto. Soltanto un clima eccezionalmente secco come quello egiziano, salva i manufatti dagli effetti distruttivi di tale aggressione. |
Nei secoli
successivi ci furono poi molti passi avanti nella lavorazione del vetro
Ad
esempio la lavorazione del bordo del vetro, nel periodo vicino all’ultimo
conflitto Mondiale, veniva eseguita manualmente con torni di molatura.
Infatti l’operatore doveva far scorrere la lastra contro una ruota di ghisa di circa 650-750 mm di diametro.
La
lavorazione e la lucidatura avvenivano in molti passaggi:
Nel primo passaggio veniva distribuita sulla ruota di ghisa una polvere
abrasiva ( sabbia di mare ).
Nel secondo passaggio, su di un altro tornio, sempre con ruota di ghisa,
veniva distribuito un abrasivo più fine.
Il terzo passaggio veniva effettuato su di un ulteriore tornio dotato però
di mola in pietra arenaria. Era importante la qualità della pietra per una
buona finitura. La più usata era francese proveniente dalla regione dell’Auvergne.
La lucidatura del bordo, infine, veniva effettuata con mole in sughero e
polveri molto fini ( pomice mista ad acqua ).
Per chi voleva poi ottenere una lucidatura molto buona doveva utilizzare
mole di feltro con ossido di ferro.
Tutto ciò avveniva manualmente, e quando le lastre erano di piccole
dimensioni bastava un solo operaio, ma quando le dimensioni aumentavano, gli
addetti arrivavano fino a tre.
Nel dopoguerra si arrivò alla molatura con nastri abrasivi. Con questo
sistema l’operazione di molatura diventò più veloce con una finitura della
lastra più o meno
lucida.
La vera rivoluzione nel campo della lucidatura avviene nel 1964 con la
produzione delle prime mole lucidanti per il vetro sagomato.
Da quel momento l’evoluzione non si più fermata arrivando fino ai
giorni nostri con soluzioni tecnologiche che sfiorano la perfezione.
